Nel 1975 Steven Sasson inventò la prima macchina fotografica senza pellicola. Una rivoluzione che l’azienda decise di tenere chiusa in un cassetto.
Nel 1975, in un laboratorio della Eastman Kodak Company a Rochester, New York, un giovane ingegnere di 24 anni cambiò per sempre la storia della fotografia. Steven Sasson, assunto da poco in Kodak, presentò ai suoi superiori un oggetto che sembrava uscito da un film di fantascienza: un apparecchio capace di catturare immagini senza pellicola, registrandole invece come segnali elettronici su una cassetta.
Pesava 3,6 chilogrammi, aveva l’aspetto di una scatola di metallo assemblata con componenti di recupero e produceva immagini in bianco e nero a 0,01 megapixel (100 x 100 pixel). Per ogni scatto, erano necessari 23 secondi di elaborazione, e per vedere la foto serviva un lettore dedicato collegato a un televisore.
Eppure, in quell’oggetto ingombrante e apparentemente poco pratico, c’era già il futuro: la prima macchina fotografica digitale della storia. Steven Sasson è stato inserito nella “National Inventors Hall of Fame” per il suo brevetto (U.S. Patent No. 4,131,919) nel 2011. Potete visitare la pagina relativa cliccando qui.





L’invenzione che Kodak non volle vedere
Kodak, all’epoca regina incontrastata del mercato fotografico, brevettò l’idea nel 1978, ma reagì con estrema cautela. L’azienda guadagnava miliardi di dollari con pellicole, sviluppo e stampa, e il digitale appariva come una minaccia più che un’opportunità.
Temendo di “uccidere” il proprio core business, Kodak scelse di non sviluppare la tecnologia. Un errore strategico che, col tempo, sarebbe costato carissimo: mentre altre aziende abbracciavano il digitale negli anni ’90 e 2000, Kodak restava ancorata alla pellicola, fino a dichiarare bancarotta nel 2012.

Il sistema di lettura su nastro e l’elaboratore Motorola EXORciser
Il prototipo di fotocamera digitale ideato da Steven Sasson nel 1975 si avvaleva di una soluzione ingegnosa per l’epoca: immagini in bianco e nero da 100×100 pixel (4‑bit di profondità) venivano registrate su un normale nastro a cassetta tramite un convertitore analogico‑digitale e memorizzate in un buffer DRAM interno prima di essere trasferite sul nastro, operazione che richiedeva circa 23 secondi per immagine.
La riproduzione delle immagini impiegava il Motorola EXORciser, un sistema di elaborazione esterno di dimensioni considerevoli (quasi industriali), basato su bus Motorola EXORbus e CPU Motorola 6800 (lo stesso usato su Radio Shack TRS-80, Altair 680 e sul nostro Vectrex che potete vedere qui).
Dotato di circa 32 KB di RAM e di unità disco floppy Exordisk da 8″ con capacità di circa 260 KB (un’unità di lettura pesa circa 28 kg). Questo elaboratore svolgeva la funzione di playback unit: l’utente inseriva il nastro estratto dalla fotocamera, il Motorola leggeva i dati seriali codificati su nastro, li decodificava e li mandava in uscita video compatibile NTSC su un televisore convenzionale, permettendo di visualizzare le immagini scattate.
Tra le peculiarità tecniche più interessanti del sistema fotocamera digitale/elaboratore:
- Buffer DRAM interno: ogni immagine – acquisita in 50 ms dal CCD – veniva temporaneamente memorizzata nei chip DRAM a 4096 bit, prima di essere scritta sul nastro magnetico,
- Codifica seriale su cassetta: le immagini erano codificate in bit seriali direttamente sul nastro, sfruttando una conversione realizzata con componenti Motorola e logiche costruite su misura.
- Playback televisivo: il sistema EXORciser leggeva i bit seriali, interpretava i livelli di grigio (16 tonalità), e generava un output video NTSC tale da essere immediatamente visualizzato su un televisore.
Anche se l’intero sistema era ingombrante, rumoroso e lento per i parametri odierni, nella metà degli anni ’70 rappresentava una svolta: il primo esempio di catena completa di acquisizione, memorizzazione e visualizzazione digitale di immagini. Sasson poteva mostrare alle persone l’immagine sul televisore, suscitando immediata attenzione, nonostante la risoluzione e la qualità fossero rudimentali.
Dall’esperimento al mondo intero
Oggi, miliardi di immagini vengono catturate ogni giorno da smartphone e fotocamere digitali, discendenti dirette del prototipo creato da Sasson quasi cinquant’anni fa.
Il giovane ingegnere, diventato poi uno dei simboli della fotografia digitale, ha raccontato anni dopo: «Non pensavo di cambiare il mondo della fotografia. Stavo solo facendo un esperimento». A volte, le rivoluzioni epocali nascono così. Un esperimento che ha trasformato il nostro modo di vedere, vivere e ricordare il mondo.
Curiosità: Perché servivano 23 secondi per salvare una singola foto?
La lentezza era dovuta a tre fattori principali:
- Sensore e processore limitati: il sensore CCD da 100 x 100 pixel generava dati che dovevano essere convertiti in formato digitale da un circuito relativamente lento per l’epoca.
- Compressione e codifica: per ridurre la dimensione dei dati, l’immagine veniva compressa e convertita in un formato compatibile con il registratore a nastro. Questo passaggio richiedeva tempo perché la circuiteria digitale era primitiva.
- Registrazione su nastro magnetico: la scrittura dei dati avveniva su una cassetta a nastro audio (8-track modificata). I dati venivano incisi come impulsi digitali sequenziali, e la velocità di scrittura era bassa, per evitare errori di sincronizzazione.
Risultato: dal momento dello scatto alla registrazione completa sulla cassetta, passavano 23 secondi.
La prima fotocamera digitale in numeri
- Anno: 1975
- Inventore: Steven Sasson, ingegnere Kodak
- Peso: circa 3,6 kg
- Risoluzione: 0,01 megapixel (100 x 100 pixel)
- Tempo per scatto: 23 secondi
- Memoria: cassetta digitale portatile
- Colore: bianco e nero
- Brevetto Kodak: 1978




